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C’è un punto di rottura dell’umanità, nella capacità di rimanere essere umani, di considerare se stessi e gli altri come appartenenti all’umanità.

Io, fortunatamente, non l’ho mai sperimentato e nemmeno, a dire il vero, lo sapevo. L’ho scoperto scrivendo questo spettacolo, accorgendomi che nelle storie che volevo raccontare stava questa rottura compiuta o superata e credo che questo possa essere, in qualche modo, considerato il tema portante dello spettacolo stesso.

Come credo capiti spesso questo progetto è partito con degli obiettivi e, man mano che si costruiva, ha preso una forma altra, migliore, ha messo in luce tutti i significati, le ragioni che avevo dentro ma non riuscivo a vedere.

Sono partito da quello che ero sicuro di sapere fare: le canzoni. Di lì ho ricostruito le storie, godendo dello spazio in più che dà il racconto nella forma di monologo. Le cose che racconto hanno, nella maggioranza dei casi, un punto di riferimento storico accertato, noto, che ho trovato lavorando e raccogliendo il materiale, ma dentro lo spettacolo non c’è la pretesa, né l’intenzione, della ricostruzione storica o giornalistica. Le storie che racconto, che parlano di guerra, di Resistenza, di emigrazione e immigrazione, di lavoro, dell’orsetto che tutti amano, di religione, di libertà, non sono solo quelle che io ho trovato e di cui avrei potuto restituire i dettagli cronologici o geografici. Sono storie che sono e sono state, in molti posti, in tanti tempi diversi e “il loro compito” si compie meglio nel loro essere un po’ indeterminate.

Lo spettacolo dura circa un’ora e mezza e ha la fortuna (penso si tratti di fortuna) di essere ”modulare”. Oltre ad un nucleo di pezzi che sento essere imprescindibili e sono presenti ad ogni rappresentazione, ve ne sono poi altri, storie e canzoni che, senza cambiare il senso e l’organicità dello spettacolo, possono essere tolti e inseriti regalando a noi il gusto di fare una cosa “sempre diversa” e al pubblico la possibilità di vedere cose nuove. Questa “modularità” rende questo spettacolo uno spettacolo in divenire, perché ci sono delle storie, che hanno dentro la radice di quello che racconto, che non sono ancora state scritte e in molti casi nemmeno scoperte.

È una cosa che mi fa godere molto, che mi motiva a fare sempre meglio quello che sto facendo e a non smettere di guardarmi attorno e di cercare. Non parlo quasi mai di cose allegre ma ho scoperto, proprio camminando sulla strada di questo spettacolo, che si può ridere anche quando si è appena scampati ad un rastrellamento e il prossimo potrebbe arrivare prima che finisca di nevicare. Che si può ridere lontani, per la prima volta, da casa, con la schiena spezzata, le bisce schifose che ti si attorcigliano alle caviglie e la pelle distrutta dall’acqua ferma e dalle punture degli insetti. Si ride se si vuole, così, anche in questo spettacolo. Magari quando proprio non immagineresti. Come capita nella vita, del resto.

Oggi sono contento di come le prime rappresentazioni di queste storie sono state accolte e della strada che ho fatto con Sonia Cenceschi e Gabriele Buffa, che hanno abbracciato, ancora una volta, un mio progetto allo stato larvale e lo hanno fatto diventare prima nostro e poi di tutti quelli che ci sono venuti a sentire. Con la loro sensibilità, con la loro intelligenza, con la loro professionalità e il loro valore di esseri umani. Devo, Poi, dire di Yuri Beretta, che si è offerto di aiutarmi per tutto quello che concerne le cose di attore, in particolare, e di teatro, in generale. Si è offerto, prima ancora che io potessi implorarlo di darmi una mano, dopo aver sentito di sfuggita una parte di uno dei monologhi, quando l’idea dello spettacolo non esisteva ancora, quando tutto era così acerbo da non potere nemmeno immaginare se il frutto che sarebbe venuto fuori sarebbe stato una banana o un melograno. Stiamo lavorando, lavorando tanto, e la cosa che stiamo facendo acquista un colore in più ogni volta. Vorrei dire di quello che sento durante le prove, mentre me ne sto lì a guardare Gabriele e Sonia che raddrizzano un’idea musicale e mettono “il turbo” alle parole che ho scritto. Vorrei dire di come mi capiti spesso di dovermi fermare, perché dal loro confabulare da musicisti salta fuori all’improvviso, mentre recito, una roba che mi piega le gambe, mi riempie gli occhi di lacrime e mi spezza la voce. Troverò il modo di esprimerlo, magari tra un po’, magari in un altro contesto. Quello che posso dire ora è che sento che il lavoro che stiamo facendo ha un “peso”, che abbiamo la responsabilità di “onorare” questo peso con il meglio delle nostre capacità e la ricerca continua della soluzione più giusta per rendere al meglio quello che abbiamo dentro. Oggi, il nostro “Come Api” è in giro e ha assunto la sua forma “ultima” di spettacolo teatrale vero e proprio. Potrebbe essere che troviate il nostro nome o la nostra faccia su una locandina o dento la brochure degli spettacoli in cartellone nella vostra zona, potrebbe essere l'occasione per conoscerci e confrontarci su quello che stiamo facendo, così: vi aspettiamo.